Storie di temporanea emigrazione

   Con un piede da una sponda e uno dall'altra dell'Atlantico

 











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venerdì, 20 ottobre 2006
 

E la mia foto?

Io sono alla strenua ricerca di un gruppo con cui suonare e fare qualche serata nei dintorni e, come ho detto, ho un sacco di puntigli sul gruppo che mi piacerebbe. Se mi permetto questi puntigli è perché, per le necessità immediate di fare rumore, cazzeggiare e finire la serata davanti a una birra, ho una mia valvola di sfogo: i "Fin Dingus", uno spinoff del Coffee Club che è la reincarnazione della New Pathetic Elastic Orchestra dei tempi di Quelli della notte. (Perché Fin Dingus? Perché, prima di una prova, mandai in giro un link alla cartina per raggiungere la sala dove suoniamo. La pagina della cartina si chiamava findingus.html. Il nostro mandolinista/chitarrista/proprietario del basso ha detto che a leggerlo così ha un suono celtico ed era un nome perfetto. C'è chi ha detto che sembra il nome scientifico di qualche agente patogeno, ma ce lo siamo tenuto lo stesso.)

Il gruppo è composto da un batterista (Hervé), un cantante-pianista (Mike), un chitarrista che di solito non si schioda dalla chitarra (io), un chitarrista che inizialmente suonava soprattutto basso e mandolino (Ethan) e un chitarrista che ha deciso di buon grado di suonare solo il basso (Jesse), consentendo a Ethan di passare alla chitarra in pianta quasi stabile.

Presi separatamente, tutti sono dei discreti musicisti. Insieme... Ecco, questo è il problema. Non abbiamo ancora capito che genere metta tutti d'accordo! Capita spesso che Mike rimanga a guardarci un po' basito mentre noi facciamo qualcosa degli AC/DC, come d'altronde Ethan non si trova necessariamente a suo agio quando Mike propone di seguirlo su qualcosa degli Steely Dan. Comunque, anche se non usciremo probabilmente mai dalla sala, la combinazione casino prima/birra poi è diventata un appuntamento irrinunciabile.

Fatta questa premessa, ci sono cinque o sei pezzi che ormai suoniamo da alcuni mesi e, nonostante tutti i nostri sforzi per evitare che questo succeda, vengono decorosamente dall'inizio alla fine. La cosa ha galvanizzato Mike, tanto che ultimamente sta portando amici a sentirci, contrariamente a quello che il buon senso suggerirebbe. L'ultima volta ha portato due tizi, uno dei quali erano almeno due mesi che voleva vedere Mike (pelato, rotondetto, allegra faccia infantile e rigorosamente pallido) mentre cantava "Play that funky music, white boy". Un inaspettato successo di pubblico e di critica: uno dei due ha fatto un filmino col cellulare e si è messo lo spezzone come suoneria, l'altro ha fatto istantanee a mitraglia con una macchinetta digitale.

Oggi arriva uno zip nella mia posta, era Michael che inoltrava un po' di foto. Non si capisce bene il motivo, ma non ce n'è una che contenga più di due persone e, logicamente, alla fine qualcuno non ci è rientrato: Ethan, il quale fra l'altro esibiva una Gibson Les Paul nera che si è appena comprato di cui va fierissimo (e vorrei vedere). Il suo messaggio di risposta diceva pressappoco: "Ma la mia foto mentre suono la chitarra nuova a torso nudo, dov'è finita?" Risposta di Mike: "Probabilmente non pensava che fossimo noi, deve sicuramente averti scambiato per Peter Frampton". Non ho avuto cuore di rimarcare che è più facile scambiarlo con Art Garfunkel...

Un altro faticoso parto di Bostoniano | Permalink | 02:57 | commenti (1)
musica, coffee club


mercoledì, 11 ottobre 2006
 

Coffee Club

Nei primi tre mesi dal mio arrivo in America, mi ero rassegnato agli orrendi bibitoni lenti che l'azienda mette a disposizione e che insiste a chiamare "caffè". Le strutture offerte prevedono un coso che cola acqua calda e con un supporto per reggere un filtro di carta, un thermos in cui colare l'acqua una volta che si è leggermente colorata di marrone passando per il filtro e bustine di sedicente caffè macinato da aprire nel filtro per innescare il processo di colorazione dell'acqua. Da un filtro si riempie un thermos da dieci bicchieroni (le tazzine qua non si usano). La mia speranza era sempre di potermi fare il caffè da solo o che l'avessero fatto i programmatori russi: ciò significava due bustine di caffè usate per carica invece di una, così che l'acqua marrone avesse una parvenza di sapore.

Un primo miglioramento c'è stato quando ho scoperto che Hervé, il traduttore francese, ha una macchinetta nel suo ufficio. È sempre di queste che colano l'acqua nel filtro e poi nella brocchetta, ma se non altro si porta del caffè decente da casa (nota del redattore: Lavazza Crema e Gusto fatto in questo modo è insospettabilmente gradevole). Ho proposto di contribuire alle spese del caffè purché mi facesse partecipare al suo caffè del dopopranzo, e per qualche altro mese la soluzione è stata questa.

Poi, la fortuna mi ha sorriso. Esiste un tipo strano ma simpatico che lavora per un reparto completamente differente che si diverte - credo - a frequentare gli strani individui del reparto localizzazione (noi), in particolare quei pazzoidi disinibiti degli europei (sempre noi). Presumo che sia perché lui è MOLTO americano e gli piace farsi scioccare da rivelazioni tipo "Sì, mi è capitato di andare in un campo nudisti" oppure "Certo, nei nostri picnic POSSIAMO portarci una bottiglia di vino o della birra", o ancora "Nudi nelle riviste e nelle pubblicità in TV? Certo che se ne vedono, magari non proprio i genitali..."

Un giorno questo tipo, che chiameremo Mike (anche perché se lo chiami con un altro nome non risponde), passa davanti all'ufficio di Hervé proprio mentre noi si sta lì a sorbire il nostro caffè.

- Oh, bevete caffè?
- Sì
- Non è quello aziendale...
- No. Ne vuoi una tazza?
- Certo! Buono. Sapete? Io ho una macchina espresso a casa che non uso. Vi piace l'espresso?

Alla parola "espresso", mi si è alzata in testa una cresta come a un cacatoa e le orecchie mi si sono drizzate come quelle di Spock.

- Ma... la macchina espresso VERA? Quella che ti fa tazzine di caffè grosse non più di così?
- Certamente!

Da allora, la macchina è stata portata. Successivamente sono arrivate le tazzine di porcellana "giuste", il macinacaffè, il caffè in grani, i dolcetti e gli ospiti. Il Coffee Club è diventato una realtà e un rito quotidiano, portando un barlume di civiltà nell'oscurità di queste lande barbariche. Domando scusa se mi sono dilungato in cotanta romanzesca descrizione, ma il Coffee Club è un qualcosa che andava introdotto degnamente perché ha dato vita a tutta una serie di altre cose. Se il blog continua, dovrò menzionarlo spesso.
Un altro faticoso parto di Bostoniano | Permalink | 22:27 | commenti (1)
varie, coffee club




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