Che uno dice il tuo nome e al massimo si sente rispondere "Ma che, esiste tipo una chitarra elettrica che si chiama così?"
In realtà, quella chitarra è il coronamento di una tua intuizione: un giorno ti sei svegliato e, insoddisfatto del suono delle chitarre elettriche dell'epoca (tutte con cassa di risonanza), che trovavi troppo morbido, hai preso un asse e ci hai fatto una chitarra elettrica a corpo solido. Oggi, novantanove chitarre elettriche su cento derivano da quest'idea, e il modello che porta il tuo nome è un classico che, se d'annata, spunta prezzi impossibili.
Ancora meno si sa che tua fu un'altra intuizione da niente, quella che ti ha portato a prendere uno di quei moduli di memoria con le bobine che si vedevano nei centri di calcolo di sessant'anni fa, modificarlo qua e là e usarlo come registratore multitraccia. La registrazione moderna non sarebbe possibile senza questa bella pensata.
Ma forse a te piacerebbe più che si dicesse come, fino a poche settimane fa, nonostante i novantaquattro anni e due dita rallentate dall'artrite, ancora ti facevi il palco di uno dei templi newyorkesi del jazz una sera per ogni settimana che dio mandava in terra. Su quel palco con te c'è salito il gotha della chitarra, tutti immancabilmente con la faccia che diceva "non ci posso credere che stavolta è toccata proprio a me".
Caro il mio Les Paul, un saluto sincero. Chissà le risate che vi farete, tu e Leo Fender, alla faccia di noi che ancora litighiamo su chi di voi due avesse tirato fuori la chitarra migliore.



