Storie di temporanea emigrazione

   Con un piede da una sponda e uno dall'altra dell'Atlantico

 











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mercoledì, 18 giugno 2008
 

Post in memoriam (e in ritardo) (ma tanto lui e la pazienza...)

ViperaVenerea, che ha un paio di lustri (buoni) meno di me e la memoria molto più pronta ha già menzionato in un suo post che il 16 giugno ricorreva il ventennale della morte di Andrea Pazienza, che vi piaccia o meno uno degli autori più significativi della storia del fumetto italiano (e per giunta attivo in un momento in cui di autori significativi ce n'erano svariate dozzine).

Pazienza è indissolubilmente legato a un pezzo della mia vita compreso fra i 18 e i 23 anni (quando è perlappunto morto), corrispondente grossomodo al periodo dell'università. Quegli anni sono stati talmente densi di eventi fondamentali che, per trovare un paragone, devo arrivare al passato recente (trasferimento in USA, matrimonio, primo figlio). Si capirà che quindi non riesco a pensarlo solo come un autore che mi piace molto. Mi pare quindi doveroso citare un paio di episodielli, tanto per ricordarlo.

Partiamo da quando, un bel pomeriggio, stavo tornando a casa dall'università, tutto euforico perché avevo preso 30 alla seconda annualità di letteratura inglese dopo essermi fatto un mazzo d'altri tempi a leggere l'analisi di Alessandro Serpieri sui sonetti di Shakespeare. Ho ODIATO ogni parola di quel libro. Un periodo poteva essere lungo ventisei righe, avere più parentetiche di un post medio della Rita e ricorrere a un lessico pesante, pedante, autocompiaciuto, ampolloso, desueto tale da richiedere continue verifiche su dizionari etimologici per capire qualcosa. Eppure, devo dolorosamente ammettere che, immesse nel sistema le informazioni fondamentali, quel testo ha davvero fatto la differenza che mi ha consentito prendere quel trenta senza avere MAI frequentato (e il docente, Agostino Lombardo, non era esattamente un superficiale). 
Stavo tornando a casa, dicevo, e mi sono trovato davanti alla mia edicola-spacciatore preferita. Avevo ormai istituito la tradizione con me stesso di regalarmi un fumetto di edizione pregiata per premiarmi di un esame andato bene. Guardo nella vetrina e... TO-YEAH!!! ECCOLO LA'!!! Che se ne parlava giusto col mio amico fumettaio e batteriere qualche mese fa: "Pompeo", di Andrea Pazienza. Che era un paio d'anni che nessuno glielo voleva pubblicare perché era troppo crudo e adesso è lì, disponibile e io sono lì, con i soldi a disposizione.
L'ho acquistato. Era bello, era giocondo ed era mio. Ingolosito, ho iniziato a leggerlo direttamente per strada... ma con ordine. La prefazione non si salta. E la prefazione non è altro che un disegno rappresentante Pompeo (che è l'alter ego di Andrea Pazienza, che lui suicida a fine fumetto in un vano tentativo di esorcismo che salvi il Pazienza reale) che legge. Dal testo che ha in mano s'ale un fumetto che ripete il contenuto della pagina, qualcosa del tenore di
"...non già con il consueto metodo storico, bensì ricorrendo al metodo mitico, che consente a Eliot di attingere a un mare magnum di materiale culturale e bla bla bla..."
Un fumetto (a bolle, quello dei pensieri) sale anche dalla testa di Pompeo. Un'unica parola: "Bastardo". Sulla copertina del libro: "T.S. Eliot - The Waste Land. Traduzione e commento a cura di Alessandro Serpieri"
Scusate se vi sembra poco.

Secondo episodio, avvenuto più o meno a fine maggio 1986. Andrea Pazienza fa un'ospitata in un teatro in cui succede un happening improvvisato con improbabili personaggi dell'intellighenzia sinistroide. In particolare, Pazienza compare assieme a Renato Nicolini (con quell'aria da fòlaga strampalata, come lo aveva definito lo stesso Pazienza). All'uscita del teatro gli si fa la posta. Gli si protende un foglìno di carta e una penna e si dice: "Andrea, non è che per caso..." Andrea sbuffa pazientemente, prende foglìno e penna, guarda in giro per vedere su che superficie di appoggio il suo metro e novanta abbondante possa lavorare da in piedi. Le macchine sono troppo basse, opta per il mio pettorale destro e, in dicannove tratti contati, mi spara una testa di Zanardi con sigaretta accesa. Mi sembrava che potesse essere l'inizio di chissà che frequentazione, ancorché sporadica... Tre settimane dopo non c'era più. E a pensarci mi sembra ancora sbagliato.

Un altro faticoso parto di Bostoniano | Permalink | 22:49 | commenti (12)
varie, amarcord


lunedì, 31 marzo 2008
 

Ops...

In un commento a un post di Rita, in cui si parlava di moccoli e Toscana, ho chiesto se avevo già raccontato un aneddoto successo un'eternità di tempo fa. Esse mi ha esortato a raccontare. Visto che come commento stava diventando ipertrofico, lo posto qui.

Doveva essere a metà anni Settanta, teatro la Toscana rurale d'altri tempi... un incrocio fra Don Camillo e Berlinguer ti voglio bene, per darvi un'idea. In questa frazione montana quasi disabitata ad eccezione di qualche mezzadro, questo parroco energico e convinto della propria missione aveva fatto riaprire una parrocchia (chiusa e andata in rovina con la scomparsa del parroco medesimo a metà anni ottanta).
Ogni anno, adescandolo con la prospettiva di un pranzo luculliano (che sui preti ha sempre la sua attrattiva), faceva venire il vescovo in visita alla parrocchia. Tutti i mezzadri della zona, al tempo felicemente rossi e mangiapreti, bestemmiatori patentati ma presenti a messa ogni domenica, quel giorno si tiravano a lucido e rendevano onore al vescovo. Alcuni avevano il talento della rima baciata estemporanea. Il nostro eroe no.
Il nostro eroe era un incrocio fra la mascotte e lo zimbello degli altri contadini. Basso e magrolino, come lo erano molti italiani cresciuti nel dopoguerra. Viso che poteva ricordare vagamente Stanlio, ma con una pelle molto più violentata dagli elementi. Occhio pallato, vagamente tipo Glenn Gregory, cantante degli Heaven 17. Zazzera bianco-rossastra piuttosto carente sul cucuzzolo. Timido. Scapolo a vita, ma non certo per scelta. E, soprattutto, irrecuperabilmente astemio.
Si decide che quell'anno deve avere i suoi quindici secondi di notorietà: gli si confeziona una rima che declamerà in onore del vescovo. Lo si tira a lucido. Gli si fa ripetere la rima alla morte. E si tenta di sciogliere le sue paure nell'alcol, facendogli tracannare un paio di bicchieri di quel rosso micidiale, sedicente Chianti Putto, cattivo in modo leggendario ma con quel minimo di alcol, che si faceva da quelle parti.
Arriva il momento. Il nostro eroe, niente affatto sciolto dall'alcol, è nel pallone totale. Sembra disegnato da Jacovitti, con tutti gli sbuffi di vapore che gli escono dalla testa. Occhio più pallato che mai. Il silenzio. Quelli attorno a lui cercano di incoraggiarlo sottovoce. Lo esortano. Finché lui accenna finalmente a parlare... e dice:

"P***a M*****a. 'un me la ricordo più"

(sipario)
Un altro faticoso parto di Bostoniano | Permalink | 16:00 | commenti (28)
varie, amarcord, demenzialitĂ 




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