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Sabato abbiamo registrato un po' di roba, come sempre da due mesi a questa parte. Tutti entusiasti tranne me, che ho detto che la mia chitarra suona un po' come una scureggia eseguita con cura, che le batterie sono un po' troppo entusiaste, che le voci se ne vanno girando, che il basso sembra che stia in una scatola, che la chitarra acustica non si sente pegnènte ecc ecc.
Visto che mi hanno dato del rompicoglioni, provo a postare il pezzo venuto a mio avviso meno peggio. Attendo pomodorate virtuali
Correva l'anno 1984 circa e Bostoniano faceva parte di un gruppo Mod pieno di speranze e dotato di sicumera sufficiente a riempire le stive di una superpetroliera giapponese, il cui nome taceremo. A vent'anni e passa di distanza salta fuori il solito maledetto con l'istinto del rigattiere il quale, invece di fare repulisti fra un trasloco e l'altro, ha conservato una puntigliosa iconografia di quegli anni, all'evidente scopo di ricattare tutti i suoi amici, nel frattempo divenuti rispettabili quarantenni.
Beh, che dire: approfittando della foto non chiarissima e del pietoso microfono che conserva intatta la mia identità segreta (poi avevo i capelli, riconoscimi se puoi!), sono il primo chitarrista da destra. Rimpianti? Direi solo di aver dato via quella Rickenbacker del 1965 per una mezza milionata del 1987...
Una delle cinesi di sabato scorso mi trova intento ad allestirmi il pranzo (sono ufficialmente in sciopero contro la nuova mensa):
"Is that the same bread that you used for brushèta?"
...
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARRRRRRGGGGHHHHHHH!!!!!!
"BRUSKETTA!!!"
"Ehi, sei troppo preciso. Insomma, qui la gente il mio nome lo pronuncia male, ma la loro lingua non ha nemmeno i suoni per pronunciarlo. Che dovrei fare? Accetto la cosa e basta."
"Momento: che la lingua non abbia i suoni è una cosa. Se mi dici la "r" all''americana e le due "t" come se fossero una "d" sola mi sta bene. Ma per "sk" la cosa non regge, perché il suono lo hanno eccome. Pensa a "sky" o a "school". Il punto è che qualcuno ha letto la parola sbagliata una prima volta e, quando qualcuno l'ha corretto, ha scrollato le spalle e gli ha risposto "whatever". Ecco, io non riesco ad accettare whatever. È una pigrizia mentale ingiustificabile."
Non ha risposto. Ho il sospetto che le sia passato per la testa qualcosa di molto simile a "whatever"...
Sabato sera, a casa del mio amico Michael - ras indiscusso del Coffee Club e cantante/pianista del gruppo da esso club originatosi. L'evento si potrebbe definire "la serata dei single per forza": eravamo in cinque, tutti con la relativa metà lontana, per un motivo o per l'altro. E quindi, che cosa si fa? Si uniscono le forze e si fa un mega-barbecue. Al quale ho dato un massiccio contributo culinario, ottenendo che:
almeno quattro persone adesso sanno che "bruschetta" si pronuncia come se fosse scritto "brusketta" e non "brushetta" (come dicono purtroppo altri quasi 300 milioni di persone da questa parte del mondo)
sanno inoltre che la migliore versione è semplicemente pane VERO abbrustolito (no alle fetenzie in cassetta), olio buono, strofinata d'aglio e sale
sanno che però se ne può fare un'ottima versione al pomodoro purché la base sia la bruschetta normale, i pomodori siano ottimi e li si condisca solo con poco olio, sale, basilico fresco e un po' di aglio, senza botte di creatività
sanno che le costine di maiale non si fanno necessariamente affumicandole per ore a bassa temperatura e impiastricciandole di salsine agrodolci, ma che fatte semplici semplici alla toscana ci mettono meno e regalano altrettanta soddisfazione se non di più
sanno che, a quel punto, meglio lasciar perdere le birre e berci su un bel Chianti - nella fattispecie, un onestissimo Villa Cafaggio che, per chissà quale ispirazione divina, era stato scelto a caso da una cinese e per di più astemia (e vegetariana, che per l'occasione ha sbevazzato e mangiato carne!)
sanno che vale la pena accendere un mutuo per comprare i peperoni (qui carissimi) se, una volta arrostiti e pelati, li si marina con olio buono, aglio, basilico fresco, olive nere e un goccio di aceto balsamico
sanno che l'insalata si mangia con/dopo la portata principale per buttare giù tutto e non a mo' di antipasto, che ti intappa
sanno inoltre che, quando oltre a quanto sopra elencato sono passati per la tavola cracker con formaggio e affettati e pollo in salsa Tandoori, e stanno per passare i mitici dolci della pasticceria giapponese di Porter Square, detta insalata deve prevedere solo lattuga, pomodoro e cipollina, senza tanti crostini, polli, mele eccetera; e che va condita con sale, olio e aceto, senza maionesi, senapi, salse ranch, thousand island dressing e via pasticciando
A quel punto erano tutti tanto felici che persino l'imbarazzante esibizione piano/chitarra del dopo cena è sembrata qualcosa di indimenticabile
Bene, è passato circa un anno da quel momento fatidico, penso che sia ora di divulgare al mondo blog questa scena (e dare occasione a Bostoniana di fare un sacco di salaci distinguo nei commenti, se riesce a connettersi a Internet).
Un bel dì di metà agosto del 2006, Bostoniana - come spesso d'estate - è in bagno a fare l'ennesimo test di gravidanza, in quanto - come spesso d'estate - ha un ritardo. Succede però qualcosa di nuovo. Chiama Bostoniano e gli dice: "Guarda un po'?" Lui guarda. Effettivamente, assomiglia molto al risultato positivo. "Sai, non so se crederci... le istruzioni dicono di non considerare affidabili risultati raggiunti oltre i due minuti, questo ce ne ha messi tre abbondanti a diventare così." "Ma infatti, sarà qualcuno dei soliti scompensi di stagione. Magari riprova fra qualche giorno, prova pure a cambiare marca del test."
Passa qualche giorno. Bostoniana, senza dire nulla, si è già sparata altri due test con risultati crescentemente positivi. Oggi è alla prova del nove, ha cambiato marca. Chiama Bostoniano e gli mostra il test: il segno positivo garrisce fiero in cima alla bacchettina. "Stavolta non ha avuto ripensamenti, è schizzato subito su." "Ah... Vabbè, ti aspetto in camera".
Bostoniana finisce le sue cose in bagno, piena di angoscia. Se ne torna in camera, sperando di trovare conforto nelle capaci braccia del suo compagno che, con voce profonda e sicura, le dirà di non preoccuparsi, tutto andrà benissimo e la nuova famiglia tutta sarà tanto felice. Trova Bostoniano seduto sul letto che fissa un punto nel vuoto, diecimila miglia oltre lo sportello dell'armadio. La sua espressione tradisce la coerenza e profondità di pensiero di una mucca media mentre rumina.
Fra i due, uno sguardo. Negli occhi di Bostoniana, la muta richiesta di sentire qualcosa, qualsiasi cosa. Bostoniano: "Io però non lo chiamo Lancillotto." Bostoniana: "Eh???"
Ecco, andò così.
Ah, perché quell'uscita? Un mio amico, ristoratore in un paesino delle Marche, ha un amico che ammira molto, proprietario di un bistrot a Parigi e padre di una fanciulla dal nome di Ginevra. Un bel giorno, il mio amico mi annuncia con grande allegria (ed ebbrezza etilica) che la moglie è incinta. "E se è maschio lo chiamo Lancillotto". Mio sguardo incredulo. "Ah, sì! Non mi frega niente, mi piace troppo, lo chiamo Lancillotto per davvero."
Mi rimase impressa come una delle più grandi carognate che uno possa fare a un figlio. Lancillotto! Nelle Marche, poi, dove "lu cillo" è il sesso maschile... Vi immaginate, il povero martire, destinato ad essere chiamato "Cillotto" da quegli spiritosoni dei compagni di classe? Ebbene: è nato, maschio, e Lancillotto gli è toccato.
All'epoca, promisi a me stesso che a mio figlio non sarebbe mai toccato un destino del genere. Sarà colpa mia se è stato l'unico pensiero coerente che sia riuscito a emergere in mezzo al turbine di emozioni contrastanti? E che diamine, incertezza, paura e confusione in momenti del genere mica saranno esclusivo appannaggio delle donne...
Ovvero, l'unica parola coerente davanti a uno spettacolo del genere. Era enorme. Era velocissima. Era luminosissima. Era bellissima. Era semplicemente la stella cadente più maledettamente grossa che io abbia mai visto. Si è traversata un bel quarto di cielo prima di spegnersi, facendo una pista luuuuuuunga e un sacco di scintille. E un cazzo di nessuno con cui condividerla, visto che la tizia cinese che ho incrociato, unica anima in tutta la strada a parte un indifferente gatto dietro una finestra, stava guardando interessatissima i bidoni dell'immondizia.
Beh, se la storia dei desideri è vera e se l'efficacia è proporzionale alle dimensioni... ho svoltato!
Oggi il nuovo appaltatore ha preso in carico la mensa dell'ufficio. Il vecchio era già un poco che ci faceva mugugnare: ultimamente aveva persino alzato i prezzi senza che il servizio o la qualità migliorassero (anzi).
Naturalmente, eravamo tutti molto curiosi. Dirò di più. Naturalmente, ci stavamo facendo tutti dei viaggi esagerati. Eh, sì, perché vedete, il ciclo vitale tipico di un appaltatore è pressappoco simile a quello di un rapporto di coppia:
Idillio: l'appaltatore ha appena iniziato. Deve fare presa sul pubblico il più in fretta possibile, magari il contratto di appalto concede persino al cliente un periodo di prova, quindi si dà un gran daffare e il servizio è meraviglioso sotto tutti i punti di vista
Routine: l'appaltatore è lì da un po'. Ormai il contratto è consolidato, la novità è svanita, a livello di apprezzamento quel che è fatto è fatto ed è anche ora di iniziare a rientrare un po' delle spese iniziali. I sorrisi si smorzano, le proposte in menu diventano sempre quelle e la qualità inizia ad avere delle defaillances preoccupanti
Crisi: il cliente comincia a rompersi un po' le scatole della situazione. Chiede all'appaltatore un colpo di reni che arriva sporadicamente e troppo tardi. Il rapporto è ormai compromesso. L'appaltatore lo subodora e inizia anche a tirare i remi in barca, fino a che non arriva il benservito definitivo a dare sollievo a entrambe le parti, che ormai si detestano cordialmente
Di norma non si scappa da questo canovaccio, quindi le nostre speranze puntavano in alto. Alla fine del primo pranzo, posso annunciare senza tema di smentita che la qualità di tutto è inferiore a quella degli ultimi giorni dell'appaltatore precedente.
Alla sezione fast-food, le patate fritte non venivano acchiappate direttamente dal mucchio di quelle appena fatte ma erano già messe nei pacchettini, tristi e poche. Tanto tristi che chi le ha prese non sapeva se essere incavolato o quasi sollevato per il fatto che fossero poche.
Caliamo un velo pietoso sulla cosa messicana al pollo malinconico che ho preso io, con tutto il formaggio messo da una parte del fagottino e tutto il pollo (insapore e accompagnato da altrettanto insapori peperoni e cipolle) dall'altra. Il riso che l'accompagnava? Non c'era proprio niente da ridere!
I cassieri avevano l'aria di aver appena iniziato il lavoro, seguiti passo passo dal manager che gli spiegava tutti i bottoncini che dovevano premere (immaginate la fila).
Ma la cosa forse più preoccupante sono stati il piatto caldo (polpettone) e la zuppa (minestrone). Credo che sia pacifico che entrambi sono piatti che le mense usano per riciclare gli avanzi. Ma la domanda sorge spontanea: CHE CAVOLO DI AVANZI AVEVANO QUESTI, IL PRIMO GIORNO DI SERVIZIO?
A naso, devo iniziare a portarmi il pranzo da casa...
E così, mercoledì scorso, uscendo dal consolato italiano e precipitandomi a prendere l'autostrada per andare a lavorare, mi sono infilato giù per la rampa del tunnel. Velocità lemme lemme da entrata in rampa, sia chiaro. Guardo nello specchietto, sta arrivando un qualcuno a passo di carica che non sembra intenzionato né a cambiare corsia né a rallentare dalle sue (evidenti) 60 miglia all'ora o giù di lì.
L'analisi della situazione porta a due possibilità: 1. inchiodare in piena rampa per non prendere né lui ne il muro; 2. approfittare (e che diamine, se no che ci stanno a fare) dei 200 equini scalpitanti del poderoso mezzo meccanico, e per una volta chi se ne frega se ci brucio due litri di benzina.
Opto per 2. La macchina fa un balzo felino, si porta a pari velocità col simpatico qualcuno che arrivava eccetera. È pronta per affrontare la curva. La prende e... un omarino dal ciglio della strada, con una moto che pare un albero di natale, fa un gesto inequivocabile.
Mi fermo. Il pulismàno, visto da vicino, non è neanche tanto piccolo. "Lei andava a 70, il limite è 45." "70? Non mi pare assolutamente possibile, ma... che devo dirle, lei ha i suoi strumenti di misurazione." Sparisce qualche minuto con patente e libretto. Torna e mi mette in mano un foglio dicendo "Le istruzioni per pagare o ricorrere sono dietro" e se ne va senza salutare.
E li morté... Dueciendosginguanda dollari! Mi sa che provo ad attaccarmi al fatto che ha copiato l'indirizzo sbagliato dalla patente e faccio ricorso...
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